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DALLE ANDE AGLI APPENNINI CON AMORE
ALCUNI CAPITOLI DEL LIBRO DI SUSANNA CUDINI
(DALLA FAME D'AMORE, ALL'ADOZIONE: UN VIAGGIO ALLA SCOPERTA DI UN'ISOLA FELICE NEL MONDO DELL'ADOZIONE INTERNAZIONALE )
Susanna Cudini
PREFAZIONE
Padre Alceste (Padre Pier, come lo chiamano affettuosamente i bambini) è un missionario italiano che da più di 40 anni opera in Cile per la tutela di minori in situazioni familiari irregolari e che lotta instancabilmente per soddisfare la naturale ?fame d?amore? materno e paterno di ogni bambino. Per questo, a Quinta de Tilcoco, ha fondato l?I.C.Y.C (Institoto de Colonias Y Campamientos) cioè un Centro di accoglienza e protezione per minori, dal quale sono partiti tantissimi bambini che ora vivono serenamente in Italia con la propria famiglia adottiva.
Io lo conobbi nell?estate del 2000, durante le ricerche per la mia tesi di laurea in giurisprudenza intitolata ?La riforma dell?adozione internazionale, L.476/98? ed è nata subito una bella amicizia, una stima reciproca.
La sua personalità così particolare e interessante mi aveva colpita fin dall?inizio.
Ero molto attratta dal suo modo di essere: scontroso, provocatorio?e forse proprio per questo così stimolante.
Fino a quel momento avevo conosciuto solo sacerdoti diplomatici, sempre gentili, controllati, compassati. Oratori, gente che vive di ?parole?.
Lui, invece, era lì seduto con la sigaretta in bocca, con i suoi occhi cristallini che ti scrutano fin nel profondo. Uomo di poche parole, ma di molti fatti.
Lo incontrai in agosto a Montelabbate, in provincia di Pesaro, a casa di una famiglia adottiva che lo ospitava. Non mi parlò di leggi e leggine ma mi porse un album di foto.
Mentre guardavo quelle immagini immortalate di visi di bambini, di occhi scuri, di capelli al vento mi disse: ?Capito??.
Io dovevo avere sicuramente un?espressione perplessa, non abituata a comunicare in codice come fa lui. Lui dice e non dice. Lascia intendere e poi: ?Vedi che non hai capito un fico secco dell?adozione??.
Io un po? stordita, presa in contropiede, gli sorrisi pensando sinceramente che avesse davvero ragione.
Io conoscevo la legge, gli articoli, la teoria. Ma l?adozione internazionale non richiede solo competenza agli operatori del diritto, richiede sensibilità, umanità e coraggio nel capire quale sia il ?superiore interesse del minore?. Richiede avvocati, giudici ecc. che non siano dei ?colletti bianchi? vissuti sempre nel Paese dei balocchi con le loro vesti inamidate.
Perché il procedimento giuridico sia efficiente servono persone motivate e un po? arrabbiate con la vita che concede ad alcuni tutto e ad altri niente. E? motivato solo chi conosce la realtà in cui i bambini hanno vissuto, che vede con i suoi occhi le ferite inferte dalla carenza di amore materno e paterno.
Da allora io e Padre Alceste siamo sempre rimasti in contatto, l ?ho seguito nei Convegni e nelle sue peripezie causate dalla nuova legge sull?adozione internazionale. Grazie a lui ho conosciuto tantissime famiglie adottive italiane che hanno costituito l? ?Associazione pro I.C.Y.C.? a fini solidaristici che si impegna nella formazione e nel sostegno di coppie che intraprendono la procedura adottiva.
Insomma, sempre più i bambini cileni e le loro storie mi hanno rapito il cuore.
Dopo essermi laureata nel dicembre del 2001 ho scritto a Padre Alceste per dirgli che ero pronta a mantenere la promessa fattagli l?anno prima: sarei, cioè, andata a trovarlo in Cile, nel suo istituto, per vivere da vicino tutto ciò che nei nostri incontri lui mi raccontava.
Gli ho spiegato che non sapevo quale apporto avrei potuto dargli durante la mia permanenza ma che ero disposta a fare qualsiasi cosa per rendermi utile.
Mi ha risposto:? Vedrai che troverò qualcosa da farti fare!!!?.
Conoscendo Padre Alceste avevo capito che lui aveva già esattamente qualcosa in mente.
Ed, infatti, avevo ragione!
Ci siamo sentiti per telefono un giorno prima della partenza e lui, come un fulmine a ciel sereno mi ha chiesto:?Tu sai scrivere??.
? Bè?, ho risposto, ?dipende!?.
E lui:? Ma che razza di dottoressa sei se non sai nemmeno scrivere? Sei pronta a scrivere un libro a quattro mani??
E io: ? Ma di cosa sta parlando?! Non capisco!?.
Lui:? Non ti preoccupare, poi ti dirò?.
E così , a gennaio del 2002, ero già a Quinta de Tilcoco, senza sapere bene cosa avrei dovuto fare.
Spiegare cosa ho vissuto in Cile credo sia banalizzare qualcosa di grande che si è insinuato dentro di me e che ha sbaragliato ogni mio stupido punto di riferimento. Che mi ha fatto vedere il mondo e la vita da una prospettiva differente.
A Quinta de Tilcoco, nell?Istituto, ho conosciuto delle coppie italiane con i loro splendidi figli nati in Cile che erano in attesa di esplicare la procedura per tornare tutti insieme in Italia.
Ho studiato la legge cilena in modo teorico ma ho anche vissuto per qualche giorno con queste famiglie che per un mese o più hanno la possibilità di vivere in piccoli appartamenti all?interno del Centro e che vengono costantemente aiutati da psicologi e assistenti sociali nel delicato momento della conoscenza. Ho condiviso con loro cene, momenti felici come il compleanno di Jonathan, la passeggiata al mercato; ma anche le loro ansie nell?attesa del ritorno a casa.
Mi sono resa conto di quanto sia delicato ma bellissimo per tutta la famiglia questo periodo di conoscenza, di corteggiamento, di innamoramento.
E? un po? come un fidanzamento concentrato in pochi giorni in cui si ride, ci si abbraccia, ci si bacia?poi si piange, ci si allontana, ci si ritrae?ma poi le barriere si abbattono, le corazze si sciolgono e piano piano si impara ad amarsi nel modo più giusto.
Dopo qualche giorno il mio arrivo a Quinta, sono partita alla volta di Pichidangui, piccolo paese affacciato sull?Oceano in cui Padre Alceste ha costruito un Centro estivo, per raggiungere i bambini che lì trascorrono le loro vacanze al mare.
Ero molto emozionata, non vedevo l?ora di vederli.
Andai in parrocchia da Padre Pier pronta a partire. E lui: ?Dai, prendi le chiavi e metti in moto! Partiamo io, tu, Josè ( assistente personale di Padre Alceste )e Giorgio ( Vecchio amico di Padre Alceste, lo ha aiutato nel trasporto di mattoni per costruire la casa di Pichidangui . Italiano, immigrato in Cile ). Tu guidi?.
Ho percorso 300 e passa km. per le strade del Cile con un caldo che toglieva il respiro. A Santiago il traffico mi faceva impazzire.
? E dai!, E spingi!, E metti la quinta che se no arriviamo domani!? Padre Pier mi istigava.
Durante il tragitto ho visto un tramonto spettacolare, il selvaggio paesaggio cileno e, di lontano, l?austera e poderosa catena montuosa della Cordigliera delle Ande.
Siamo arrivati che era notte fonda.
Non dimenticherò mai quella notte!!
Avevo le braccia stanche dalla tensione impressa sul volante ma ero orgogliosa di me stessa. Felice, ho alzato gli occhi al cielo per prendere una boccata d?aria fresca, poco lontano l?ululato dell?Oceano Pacifico?.c?era la luna piena, una miriade infinita di stelle di un bagliore così intenso!! Sentivo cantarmi dentro, sentivo un?armonia, una pace indescrivibile.
La mattina dopo mi ha svegliata la luce del giorno. Sono uscita dalla mia capanna e sono rimasta a bocca aperta: l?Oceano Pacifico con i suoi colori, le sue onde fragorose e la costa sabbiosa con le rocce ivi incastonate.
Appena arrivata alla piazzola centrale dell?istituto, mi ha assalita una miriade di bambini.
Chi mi abbracciava, chi mi parlava con la sua vocina, chi mi accarezzava i capelli.
?Tia, Tia Susy!!!?. E? stata una ?ubriacatura? di affetto, di emozioni, di vita. E così tutti i giorni. Ora so cos?è il bisogno d?amore, la fame d?affetto, la fisiologica necessità di appartenere a qualcuno.
L?incoscienza aiuta i più piccoli a non sentirsi soli. I più grandi, invece, hanno piena consapevolezza del loro vuoto affettivo, del loro disperato bisogno di amore, della loro solitudine e ciò li rende speciali, profondamente sensibili, passionali, affettuosissimi.
Nell?Istituto c?è tutto ciò di cui hanno bisogno materialmente i bambini ma??manca l?amore di una vera famiglia.
I bambini giocano, fanno competizioni, gare di ballo, di canto ecc. Vanno in spiaggia, al fiume, si divertono tutti insieme.
Poi alla sera, dopo cena, si va tutti alla messa di Padre Pier ed è un momento davvero toccante, emozionante. I bambini, uno alla volta, presentano le loro intenzioni di preghiera. Pregano per i poveri, per i disperati, per chi è solo, per chi non ha nulla. Si, proprio loro, i bambini dell?istituto.
Quelli che sanno che verranno presto in Italia pregano per la mamma, per il papà e ringraziano Padre Pier per aver loro donato una vera famiglia.
Io, durante la mia prima messa a Pichidangui, ho pianto.
Niente per me sarà più come prima. Io sono cambiata e la mia vita anche.
Credo che in quel mese io abbia ritrovato la mia umanità più profonda.
I bambini mi hanno insegnato ad amare, a stupirmi, ad entusiasmarmi.
Mi svegliavo con i loro abbracci, con le loro manine tese, con i loro occhi curiosi.
Qui in Italia sembra che non abbiamo più tempo neanche per l?affetto: ci baciamo formalmente sulle guance quasi senza sfiorarci?.lì, invece, ricevevo abbracci che non volevano mai finire. In quei secondi mi abbandonavo alla vita vera che riaccende emozioni, che ti risveglia l?anima intorpidita dai ritmi frenetici dell?Italia.
I bambini di Pichidangui profumano di sale marino, di natura; le loro risate eccheggiano ancora in me.
Cosa mi ha colpito di loro?
Tutto!
La loro saggezza nel cercare di essere spensierati nonostante tutto, le loro confidenze tra le lacrime, il loro entusiasmo per le cose, la loro capacità di rendere poetico ogni gesto, ogni momento.
Terrò custoditi per sempre i loro doni come il tesoro più prezioso: una piuma, un sassolino, una conchiglia era il loro modo di dire:?Benvenuta, sono felice che tu sia qui con me?.
Mi ha colpito la loro inconsapevolezza di essere splendidi. Le loro preghiere, poi, le ho tutte impresse.
Li ho amati tanto, tutti, uno ad uno ma la verità è che mi hanno dato più loro, senza esserne coscienti.
Mi hanno accolta, coccolata, viziata, riempita di attenzioni.
In questo contesto una sera Padre Alceste mi ha presa in disparte e davanti ad un tramonto indimenticabile mi ha detto:?Come pensi di impostare il libro sulla vita dell?Istituto? Sulla mia storia? Ti lascio carta bianca, fai tu?.
Appena il sole è andato a nascondersi nell?oceano, io mi sono rifugiata nella mia casetta e nel silenzio della notte ho iniziato a gettare su di un foglio la storia di un?intera vita.
Il libro è articolato in tre parti:
la prima è introduttiva, in cui un estraneo, cioè io, racconta la vita di un uomo immenso e dell?Istituto per minori in difficoltà da lui creato che può essere preso come esempio di vita in comune finalizzata ad un futuro migliore.
La terza parte è costituita dalle interviste dei bambini, delle coppie adottive, dei collaboratori di Padre Alceste.
La seconda è la parte centrale, il fulcro del libro in cui vi è l?intervista di Padre Alceste che parla in prima persona in modo molto intimo e profondo.
Ricordo ancora quella notte: lui stancato dalla giornata faticosa era lì nella sua sedia con la sigaretta in bocca. Io seduta ai suoi piedi sul tappeto della piccola stanza. La luce soffusa. Il silenzio tutto intorno.
Mi sentivo una piccola siù che ascoltava leggende sacre raccontate dal saggio grande capo tribù mentre fumava la pipa, con l?unica differenza che qui le storie erano vere.
Nell?intervista lui parla di tutto: della sua infanzia, dei suoi sogni, del futuro. Parla di tutto, senza inibizioni: della legge, delle coppie, dei bambini, dell?amore, della solitudine, dell?adozione. Affiora la sua parte più intima.
Proprio questo io volevo: desideravo che Padre Alceste per la prima volta fosse visto non solo come missionario, come professionista dell?adozione internazionale?.ma anche come uomo.
Volevo esaminare la sua storia da ogni punto di vista per scorgere tutte le sue sfaccettature, per dare un quadro completo di un uomo carismatico con le sue debolezze, con le sue paure come tutti noi?.ma un uomo la cui rarità consiste nell?aver creduto fermamente nell?amore più puro, in un senso più profondo, in un sogno che ha fatto diventare realtà.
Volevo che fosse evidente anche la rarità del suo modo di operare in materia di adozione e di sostegno ai minori: il suo istituto, i suoi progetti di promozione dell?infanzia, la sua equipe di operatori professionali sono un?organizzazione che è un?isola felice, una pietra miliare, un fiore all?occhiello nel mondo degli istituti per minori sparsi per il mondo. La filosofia con cui Padre Alceste affronta le procedure di adozione, grazie anche alla collaborazione con enti italiani debitamente autorizzati dall?apposita Commissione, è coerente con le più moderne Convenzioni internazionali che sanciscono l?importanza fondamentale del supporto costante alle coppie adottive, della formazione specifica diretta agli operatori del settore, dei progetti di prevenzione e di sviluppo da realizzare nel Paese in difficoltà ed, infine, del tanto proclamato principio di sussidiarietà che restituisce dignità all?adozione internazionale ?macchiata? per anni da scandalose speculazioni perpretate sulla pelle dei bambini.
Grazie alla preparazione delle coppie e dei minori, grazie all?atmosfera serena ed umana che si respira nell?Istituto, Padre Alceste riesce a fare adottare anche ragazzi ormai grandi senza grossi problemi di inserimento, riesce a far sì che il viaggio dalle Ande agli Appennini si concluda con il soddisfacimento di quella fame d?amore per tanti anni sofferta.
Questo libro è la rivalutazione di un?esperienza, quella adottiva, che è sì un percorso delicato che richiede alla coppia una graduale formazione ed una crescita, ma che se è vissuta con l?aiuto e la sensibilità di professionisti ricchi di umanità, può rivelarsi un?esperienza meravigliosa.
1000 E PIU? STORIE
I bambini e i ragazzi che ora hanno una famiglia grazie a Padre Pier, grazie all?adozione, sono molti.
I più piccoli trovano facilmente un papà e una mamma in Cile e, così, hanno la fortuna di rimanere nel loro Paese natio.
Per i più grandi l?unica risorsa è l?adozione internazionale.
Alcuni oggi sono negli Stati Uniti, altri in Belgio, ma l?Italia è il Paese in cui ora vive la stragrande maggioranza di loro.
Il motivo di questa predilezione per l?Italia risiede nel fatto che per Padre Pier è più facile valutare le coppie italiane; conosce il loro stile di vita, la loro lingua, i loro usi e costumi, la mentalità.
Riesce a capire se la ricerca di un figlio è una scelta egoistica, un semplice bisogno o se è una predisposizione altruistica, una ?fame? d?amore.
Sa che in Italia il concetto di famiglia è molto forte e profondamente sentito. Sa, inoltre, che è un Paese economicamente, socialmente e culturalmente avanzato in cui i ragazzi possono facilmente inserirsi, per esprimere a pieno tutte le loro potenzialità.
Grazie alla fiducia che le coppie italiane ripongono in Padre Pier, si è superato, ormai da tempo, il ?problema? dell?età del figlio adottivo.
In alcuni casi anche ragazzi maggiorenni hanno finalmente conosciuto l?amore di un papà e di una mamma.
Sono storie bellissime, meravigliose non solamente dal punto di vista dei ragazzi, ma anche da quello delle coppie che ormai spente, ormai al tramonto di una vita, sono rinate grazie ad un figlio da educare, preparare al lavoro e al futuro.
E? diffusa convinzione che sia più facile l?adozione di un bambino piccolissimo, ancora incosciente, senza un passato doloroso alle spalle.
Padre Pier è riuscito a sfatarla! E non servono parole, sermoni, orazioni, per inculcare una verità sorprendente.
Parlano i fatti, le esperienze, le storie toccanti di famiglie italiane che hanno trovato in un figlio col fisico da uomo, un cuore di bambino.
Solo chi, consapevolmente, ha vissuto la paura della solitudine, il dolore della mancanza di amore, sa donare veramente se stesso a chi l?ha accolto con premura e dedizione.
Le attenzioni, l?affetto, le cure che chiede un figlio adottivo, ormai grande, sono le stesse di quelle di un bambino piccolissimo, se non maggiori.
Un minuto, un?ora, il tempo scorre, va veloce verso quell?ultimo istante a cui tutto tende e giorno dopo giorno si annulla e si consuma. Corre frenetico, bruciando tutte le tappe e non attende chi si è perso.
Il tempo plasma il corpo, il fisico, ma la carenza d?affetto blocca la crescita interiore. Le carezze non ricevute da una mamma, i baci non dati, le parole dolci mai ascoltate da una voce calda e rassicurante di un papà, i teneri abbracci mancati lasciano un vuoto, un silenzio dentro, un nulla inesprimibile.
Come in una grande stanza vuota, ogni piccolo rumore si moltiplica mille volte, creando un eco assordante, fastidioso, doloroso; così il bisogno d?amore col tempo rende quel vuoto interiore insopportabile.
Ma tanto più il cuore è scavato dal dolore, tante più felicità potrà contenere.
Chi viene adottato, consapevole del suo passato, comprende l?importanza e il significato dell?adozione.
Sa cosa lascia in Cile, sa cosa riceve in Italia.
Cerca spasmodicamente di colmare quel vuoto e di riempirlo di felicità, cerca di recuperare il tempo perduto.
Non sono teorie, è vita vera, sperimentata.
Perché si capisca tutto questo, serve l?esempio convincente di chi tale esperienza l?ha vissuta davvero. A tal fine ogni anno in Italia si organizza un incontro di famiglie adottive in cui vengono invitate anche le coppie in attesa, desiderose di accogliere un figlio cileno. Si parla, ci si confronta, si raccontano esempi di vita??e così cade ogni resistenza, ogni preconcetto.
In quella sede i bambini e i ragazzi hanno modo di rincontrarsi, di ricordare i periodi vissuti insieme, di rendersi conto che il loro viaggio in Italia non è un caso a se stante eccezionale, ma è una storia tra tante altre, è semplicemente una tra le mille e più.
IL PRESENTE
Attualmente l?Istituto di Padre Pier è una struttura consolidata, sono più di 40 anni che ha una personalità giuridica propria e il lavoro con i minori in difficoltà è iniziato più di 30 anni fa.
Quanti sono i bambini che durante il loro percorso personale hanno trovato un rifugio in Istituto? Tantissimi, un migliaio sicuramente. Sarebbe facile contarli, dare un numero preciso perché tutti i loro documenti sono registrati e custoditi.
Tutti hanno una scheda, un fascicolo?..e un posto nei ricordi di Padre Pier. Tutti!
Ma sarebbe banalizzare, semplificare una realtà che non ha niente di banale e semplice.
C?è qualcosa di nobile ed elevato nel lavoro di Padre Pier che è la ricerca instancabile nel soddisfacimento dei bisogni primari di un bambino.
Come dire: hai bisogno di pane? Eccoti il pane! Hai bisogno di bere? Eccoti l?acqua! Hai bisogno di un papà e di una mamma? Eccoli! Hai bisogno d?amore? ??.ecco la mia vita!
Sì, proprio così, ha investito tutta la sua vita per creare un?istituzione che oggi è consolidata, affermata ed è un modello da prendere d?esempio.
Padre Pier è conosciuto e rispettato sia in Italia che in Cile, dove i mass - media, tramite interviste di livello nazionale, focalizzano spesso l?attenzione sulla sua opera.
Attualmente la struttura di Quinta de Tilcoco ospita più di 180 bambini (sia maschi che femmine) di ogni età che oscilla dai pochi mesi fino ai 13 ? 14 anni. Vi è, inoltre, una casa a Santiago, in cui vivono i ragazzi dai 14 ai 18 anni, sempre gestita da Padre Alceste.
Tutti provengono da situazioni familiari irregolari con problemi culturali, economici, sociali. Solo in rari casi è possibile il reinserimento nella famiglia biologica. Alcuni di loro non hanno vincoli familiari sufficienti e per questo vengono dichiarati adottabili.
Molti di loro sono destinati a crescere in Istituto con tutti i problemi affettivi, psicologici che questo comporta. Per tutti l?amore di una famiglia è carnalmente, intrinsecamente necessario.
E? un bisogno primordiale, genetico, fisiologico.
E quando vedi un bambino solo è inevitabile chiedersi se esista davvero un Dio.
Se un Dio buono e giusto possa permettere tutto questo. Poi, però, superata l?emotività del momento ci si accorge che tutto avrebbe un senso, una soluzione, se si riuscisse a fare incontrare due mondi perfettamente complementari, due solitudini risolvibili vicendevolmente: quella di un bambino senza famiglia e quella di una coppia desiderosa di un figlio.
I bambini dell?Istituto di Quinta hanno la possibilità di studiare perché all?interno dello stesso c?è la scuola del primo ciclo che dura 4 anni. Dopo di che, frequentano la scuola all?esterno in comune a tutti gli altri bambini del paese.
Questo è il risultato di una scelta meditata e ponderata. Perché anche se lo spazio nell?Istituto è abbastanza grande si tratta pur sempre di uno spazio riservato, delimitato, protetto.
E? opportuno che, ad una certa età, si confrontino con la realtà esterna, con i coetanei che, solo per certi aspetti, hanno un?esperienza di vita diversa dalla loro.
Tenerli protetti in un mondo a parte, per troppo tempo, sarebbe stato un errore con il rischio di farli sentire ghettizzati.
Per questo motivo Padre Pier ha resistito per diversi anni alla tentazione di mettere una cappellina propria all?interno dell?Istituto per evitare che tutta la vita dei bambini si svolgesse interamente in esso, in un ?villaggio? a parte, fuori dal mondo.
E invece, nel 1997 si costruì una piccola cappella in cui tutt?oggi i bambini possono rifugiarsi nei loro momenti di sconforto, in cui possono pregare tutti insieme.
Il risultato dal punto di vista educativo e non solo da quello religioso è entusiasmante. E? stupefacente vedere questi bambini come pregano! Con che fede, con che devozione, con che ardore!
Esperienza sicuramente educativa che forma i loro animi ad essere gentili, generosi, aperti.
Ogni sera si esprimono intenzioni e offerte all?Angelo Custode, a cui è dedicata la cappellina. In queste occasioni si vede il cuore dei bambini che si va abbellendo, ingentilendo, formulano delle frasi che ti lasciano allibito. E? commovente ascoltare bambini che non hanno nulla, nulla?..pregare per i poveri, per quelli che stanno per strada, per quelli che hanno fame.
Ti vibra il cuore quando li senti pregare per coloro che sono soli, ti insegna moltissimo.
Loro sanno quanto pesa la solitudine! E quanto sia importante aggrapparsi ad un filo di speranza, di fede. Pregare insieme li rende più sereni, più tranquilli, più solidali.
Forse perché solo in quei momenti si gettano le corazze che ogni bambino si crea per proteggersi dal dolore, solo in quei momenti si guarda dentro se stessi e ci si accorge che la propria sofferenza è comune a tanti altri, che il proprio passato non è poi così tanto diverso o più drammatico di quello di altri.
Ci si sente sulla ?stessa barca? , accomunati da un destino simile.
Sono molte le persone che lavorano con passione per l?Istituto. A parte Padre Pier che vi si dedica a tempo pieno, ci sono assistenti sociali, psicologhe, psicopedagoghe, segretarie, insegnanti, una direttrice, un dentista, un pediatra, un fisioterapista.
Inoltre, vi lavorano, in contatto diretto e indiretto con i bambini, una cinquantina di persone.
Tutto ciò è possibile perché sono molti i programmi portati avanti in Istituto; per esempio importanza fondamentale ricopre il programma della ?collocazione familiare? per cui il bambino, invece di vivere in Istituto, viene inserito presso una famiglia cilena con l?obiettivo dell?adozione.
Questo è un progetto dell?Istituto, accettato e finanziato dallo Stato, che implica l?apporto necessario di professionisti che verifichino l?andamento dell?affidamento, che vigilino, sorreggano e controllino queste collocazioni familiari.
Altro esempio di programma è quello chiamato ?reincontro? finalizzato a rendere la permanenza del minore in Istituto momentanea, temporanea.
Il centro, come un ospedale, deve ospitare il minore per un giorno, una settimana o un mese. E? assurdo vedere bambini che vivono in Istituto da 12 ? 13 anni, è infame, anormale perché crescono senza sapere cosa vuol dire ?papà?, ?mamma? . Non sanno cosa vuol dire ?casa?.
Padre Pier e i suoi collaboratori fanno di tutto affinché il periodo di istituzionalizzazione sia piacevole. Si mangia tutti insieme, si canta, si gioca, si balla, si va a scuola. Il periodo estivo (gennaio, febbraio) lo si trascorre a Pichidangui, al mare, dove i bambini si dedicano a competizioni sportive, a passeggiate nel bosco o lungo il fiume Quilimarì o fino ad arrivare alla punta Kelen. I giorni volano serenamente soprattutto per i bambini più piccoli. I ragazzi più grandi sono consapevoli che dietro quell?apparente felicità è in agguato lo spettro della solitudine.
Non è facile mantenere in piedi una struttura come quella di Padre Pier, così grande, complessa ed impegnativa anche da un punto di vista economico. Padre Pier riceve dallo Stato un aiuto minimo col quale cerca di coprire le spese indispensabili, inoltre, grazie ai vari programmi extra sopra citati, finanzia le spese per il personale specializzato coinvolto (psicologhe, avvocati, ecc.).
Fortunatamente tutte le volte che Padre Pier si reca in Italia riceve delle piccole donazioni che non risolvono i problemi, ma contribuiscono a completare quanto necessita.
Per quanto concerne l?aspetto materiale non è impossibile rispondere alle esigenze dei bambini anche perché, questi ultimi, hanno un grande pregio: in loro è radicato un forte spirito di adattamento. Non hanno elevate pretese o aspettative e gioiscono per ogni minima novità.
Materialmente ai bambini non manca nulla: la sesta regione cilena in cui si trova Quinta de Tilcoco è una zona agricola, dove c?è molta frutta che, spesso, viene regalata dalla gente del posto.
Grazie alla frutta, all?aria buona, al sole, alle corse e ai giochi, i bambini crescono sani e robusti. Vivono in un ambiente eccezionalmente sereno, dispongono addirittura di una piscina (cosa rara per un istituto di accoglienza per minori)!
Quindi ci si impegna notevolmente affinché la loro esperienza in Istituto, si spera sempre momentanea, sia il più gradevole, piacevole possibile soddisfacendo ogni loro esigenza: cibo, vestiti, divertimento, scuola.
Tutti coloro che vivono all?Istituto provengono da situazioni familiari irregolari cioè da nuclei familiari con le più disparate difficoltà: economiche, culturali, di integrazione sociale ecc.
Per questi motivi il bambino non può essere seguito e cresciuto dai genitori biologici ed è costretto a vivere in Istituto.
Il periodo che il bambino trascorre nell? hogar dovrebbe servire per tentare di risolvere i problemi della famiglia biologica, per tentare il reinserimento del minore. Sono eccezionali i casi in cui, nonostante ogni sforzo, si sia riusciti a raggiungere tale obiettivo.
In un modo o nell?altro la situazione familiare del minore va chiarificata e, in certi casi, viene dichiarato il suo stato di adottabilità, quando, cioè, si prova l?assenza di sostegno materiale e morale da parte della famiglia biologica. In seguito potrà essere adottato o da una coppia cilena o da una straniera.
In tutti i modi il periodo dell?istituto dovrebbe dare una svolta alla vita di un bambino, in un senso (reinserimento) o nell?altro (adozione).
E? impensabile che la istituzionalizzazione si protragga per anni e anni. Sono inimmaginabili i danni psicologici che questo comporta?eppure per i bambini che rimangono in una sorta di limbo (ancora formalmente legati alla famiglia di origine ma sostanzialmente soli) questo rischia di essere il loro inevitabile destino.
L?AMBIENTE FA L?UOMO
?L?ambiente fa l?uomo? ripete spesso Padre Pier per dire che se il Centro è curato, ben tenuto, pulito, elegante, i bambini cercano di mantenerlo tale, si abituano a rispettarlo e a non rovinare, deturpare quell?ordine.
Nei primi anni di attività dell?Istituto l?ambiente era più rustico, più trascurato e i pochi fiori venivano strappati dai bambini che infierivano sull?ambiente perché non lo apprezzavano, perché non lo amavano, per sfogare la loro rabbia repressa, compressa contro la vita.
Oggi nessun bambino estirpa fiori, danneggia giardini, perché tutto l?ambiente dell?Istituto si presta al rispetto: i fiori sono al loro posto, curati da giardinieri professionisti, i bagni sono puliti, le altalene e gli scivoli all?aperto sono ben tenuti.
Tutto quanto è organizzato, ogni struttura ha un ruolo precipuo, ogni persona una funzione e responsabilità particolari, vi sono orari e appuntamenti giornalieri che tutti devono rispettare.
I bambini sono abituati, durante le passeggiate, a camminare ordinati, in fila tenendosi per mano. Anche quelli più piccoli.
Viene insegnato loro ad essere educati, ordinati, generosi e solidali l?un con l?altro. Imparano ad essere autonomi ed indipendenti.
Si abituano a tenere in ordine il proprio letto, le stanze, il ?comedor? (il refettorio), il campo di calcetto e ad avere pazienza con i bambini più piccoli.
Più i bambini sono grandi e più vengono responsabilizzati, preparati ai piccoli ? grandi doveri e lavori che la vita giornaliera richiede.
Superati i 5 ? 6 anni le bambine risiedono in una parte dell?Istituto tutta a loro destinata. Hanno delle stanze in casette accoglienti dove pernottare. Possono usufruire di un salone dove si riuniscono, parlano, imparano a cucinare, studiano insieme, ecc. I maschi dormono nelle casine dall?altra parte dell?hogar, ?cabanitas? che ora sono in via di ristrutturazione, costruzione.
Quando un bambino, per la prima volta mette piede nel Centro per Menores di Quinta, trovandosi in un ambiente nuovo insieme a persone sconosciute può sentirsi perso e smarrito. I primi giorni possono essere difficoltosi tanto più per bambini che hanno cambiato più volte hogar e che hanno un passato sofferto alle spalle.
Ma a Quinta basta poco tempo per abituarsi agli orari, ai ritmi, alle occupazioni del Centro. I bambini sono recettivi, forse più degli adulti, si imitano tra loro, intendono facilmente ciò che devono o non devono fare. Dopo poco tempo si inseriscono pienamente, spesso aiutati dai compagni e anche i nuovi arrivati si comportano con rispetto verso l?ambiente.
Un buon seme e un buon impegno danno sempre frutti preziosi.
Una buona struttura, bene organizzata, ben gestita, con delle regole educative inderogabili, ma impartite con amore, crea bravi ragazzi.
Ogni visitatore rimane ?a bocca aperta? quando vede l?ambiente luminoso, spazioso pieno di fiori e fontane.
Ma rimane ancora più sorpreso nel conoscere i bambini che avrebbero tutte le scusanti per essere rabbiosi e scontrosi ed invece sono dolcissimi.
Sono solari, positivi, sempre con un sorriso, con un moto di entusiasmo pronto ad esplodere per poco, per nulla. Basta una piccola novità per renderli felici, per farli divertire. Nonostante tutto sanno godersi la vita, sanno gioire, vogliono farlo, lo desiderano più di ogni altra cosa al mondo.
Sono generosi, accoglienti, affettuosi. Sono dei maestri di vita perché non dev?essere facile elevarsi dall?ambiente in cui hanno vissuto in passato, superare le paure e cercare di crescere migliorandosi.
Credono nel futuro, nella vita.
Credono nell?amore, sperano, pregano Dio, nonostante tutto.
Sono adulti ? bambini: forti e maturi grazie all?educazione; disperatamente bisognosi d?amore per natura.
UN?ISOLA FELICE NEL MONDO DEGLI ISTITUTI PER MINORI
Padre Alceste è, quindi, un missionario italiano che da più di 40 anni opera in Cile per la tutela dei minori in situazioni familiari irregolari.
In Cile è famosissimo, è una vera ?istituzione? in materia di adozione e affido perché ha creato una residenza di accoglienza per minori in difficoltà che è un?isola felice nella spesso cruda realtà degli Istituti per minori .
Non ha niente a che fare, infatti, con gli ?orfanotrofi-lager? sparsi per il mondo, che compaiono nei nostri quotidiani e che scandalizzano l?opinione pubblica.
E? l?unico Centro esistente in Cile che si può permettere di tenere il cancello di entrata aperto senza il timore che i bambini scappino. E? forse l?unico che ha una piscina e una residenza estiva. Solo lì si respira un?atmosfera serena di umanità ed accoglienza solidale.
Padre Alceste è conosciuto come una figura autorevole, non solo dalla comunità intera entro la quale opera, ma anche dalla classe politica e dai tribunali per i minorenni con cui si trova a collaborare.
Tutti i bambini dell?Istituto vengono infatti a lui segnalati dal tribunale che, dopo averne verificata la situazione familiare precaria, ordina il loro ingresso in Istituto.
La sua fama è nota anche alle emittenti televisive e radiofoniche più importanti. Spesso viene invitato a partecipare a trasmissioni, dibattiti e convegni.
I mass-media cileni valorizzano il suo operato, esaltandone l?organizzazione moderna ed efficiente.
Il suo discorso ai parlamentari è rimasto famoso: un vero monito che eccheggia in nome della tutela dei minori .
Per questi meriti indiscutibili, Padre Alceste ha ricevuto la cittadinanza cilena e quest?anno è stato nominato Cavaliere dal Presidente della Repubblica italiana per aver ben rappresentato l?Italia all?estero, in ambito socio-culturale.
In Italia si parla quasi sempre in termini negativi e disperati della situazione dei bambini senza famiglia.
Se ne parla quando scoppia una nuova guerra e si vedono immagini di esodi di massa; se ne parla per ricordare all?opinione pubblica che esistono i ?ninos de rua? in Brasile braccati dalle ?squadre della morte?. Si fanno conoscere i piccoli rumeni che vivono nelle fogne; ci si scandalizza di fronte alle foto di bambini con le teste rasate rinchiusi in Istituti-ghetto.
Niente di ingiusto in tutto questo! E? bene che si denuncino queste realtà affinché l?opinione pubblica si possa scuotere e si possa adoperare per dare un senso e una speranza a questi bambini.
Ma, finalmente, grazie a Padre Pier è un sollievo poter parlare di un Istituto per minori in termini ottimistici, sereni.
Il Centro di Quinta da lui diretto porta avanti progetti modernissimi di reinserimento nella famiglia biologica, di affidamento a famiglie sostitutive cilene, di adozione nazionale ed internazionale.
E? un punto di riferimento per tutta la comunità che vive attorno all?Istituto.
Infatti il progetto sanitario per cui è prevista la presenza di medici specializzati all?interno del Centro, fa sì che del loro servizio possa usufruirne tutta una fascia di indigenti, minori e adulti, che vivono nel paese di Quinta o nei dintorni. Progetto, quindi, diretto alla prevenzione degli ?abbandoni?, al sostegno di famiglie disagiate, a tutti coloro che le cure mediche proprio non potrebbero permettersele.
Ogni progetto è seguito da un?equipe di personale specializzato: l?Istituto dispone, infatti, di avvocati, psicologi, assistenti sociali ecc.
Le procedure di adozione internazionale, inoltre, avvengono nel completo rispetto dei principi sanciti dalle Convenzioni Internazionali, tra cui, in primo luogo, il principio di sussidiarietà per cui si deve operare affinché il bambino in difficoltà possa essere reinserito nella famiglia biologica (anche attraverso lo strumento dell?affido temporaneo). Solo se quest?ultima è irrintracciabile o se è tanto gravemente incapace di sostenere materialmente e moralmente il bambino, questo viene inserito in una famiglia sostitutiva con scopo l?adozione, se è possibile cilena, altrimenti come ?ultima ratio?, come ultimo strumento di soccorso si ricorre alla famiglia straniera e quindi all?adozione internazionale.
Padre Alceste ripete spesso:?Il bambino è oggi!? per dire che, in attesa che possa tornare nella sua famiglia o che possa essere amato da un altro nucleo familiare, il bambino ha diritto di vivere in un ambiente armonioso, seppure in Istituto.
Per questo materialmente ai bambini del Centro non manca nulla, si cerca di tenerli sempre impegnati in attività scolastiche, ludiche dirette alla socializzazione ed alla formazione. Non si respira un?aria pesante, di tristezza, anzi!
Si fanno gare di ballo, escursioni, giochi di gruppo.
Lavorano tutti insieme perché la loro ?casa momentanea? funzioni al meglio. Tutto è organizzato affinché ci siano anche momenti felici?ma di fatto il problema di base resta: sono bambini che non ricevono attenzioni personalizzate, non hanno il senso dell?appartenenza, hanno comunque bisogno di un amore familiare che Padre Pier non si stanca mai di cercare per loro.
Grazie a questo tipo di organizzazione, il loro inserimento in una famiglia adottiva non è troppo problematico: sanno vivere in comunità, vengono lasciati sfogare all?aria aperta, ritrovano nell?Istituto quella pace che avevano perso nelle loro traversie passate, possono vivere la loro infanzia e, quindi, non presentano quelle patologie tipiche causate dalla vita in istituti asettici, bui e tristi.
?Avanti!? dice sempre Padre Pier nei momenti duri: riesce ad inculcare una filosofia di vita positiva, di fiducia e speranza nel futuro
E quando un bambino se ne va perché ha una famiglia che lo attende?.quella speranza trova piena realizzazione e si fa una festa di addio in suo onore.
Padre Pier disegna, per i suoi bambini, il mondo con colori attraenti e loro lì, sul bordo del nido, sono pronti ad imparare a volare.
Nutriti a lungo e preparati sono nel pieno delle loro forze. Riscaldati e curati a lungo con amore sono pronti a spiccare il volo per emigrare in nuove regioni, spesso al di là delle Ande, fino agli Appennini.
Aprono le ali e lì, sul bordo del nido, tutto sembra vasto, immenso, tanto che un po? tremano e quasi perdono l?equilibrio.
Ma poi un vento tiepido li aiuta ad allargare di più le ali e a vederne tutta la loro potenza ed il loro splendore. Sentono che possono farcela?e forse sarà bellissimo!
Padre Alceste è lì con loro, tentato forse di abbracciarli ma sa che un abbraccio in questo momento potrebbe soffocarli, potrebbe spezzare le loro ali?ormai stanno vibrando grazie alla brezza del vento. Un brivido!
Padre Pier non li spinge, attende che siano i bambini?tocca a loro volerlo.
Padre Pier è lì a guardare col cuore palpitante, in fervente attesa. Sa stare al suo posto?.e forse è un po? difficile, sarebbe per lui più facile non guardare, non esserci per non preoccuparsi che tutto vada bene.
Chissà se sa quanta dignità, quanto rispetto, quanta intelligenza sa dimostrare?!
Chissà se capisce, fino in fondo, quanto questi bambini debbano a lui?!
Chissà se sa quanto questi stessi bambini lo amino?!
Forse sente di lontano il suono di quelle ali cullate dal vento. Forse sente l?eco di quel loro volteggiare felice?.forse sente la loro libertà.
E poi, in realtà, quel viaggio dalle Ande agli Appenini non è un viaggio senza ritorno, visto che i ragazzi, in qualunque momento, possono ritornare al Centro, ospitati da quella struttura che già un tempo gli accolti, per ritrovare le proprie origini, per non dimenticare il loro Paese natio e per poi fare ritorno a casa, in Italia, in famiglia?forse con un?ulteriore esperienza di crescita che permette loro di riappacificarsi con quei ricordi lontani, di ripercorre a ritroso un passato sbiadito per poi proiettarsi verso un futuro più sereno e più consapevole.
L?ADOZIONE INTERNAZIONALE E L? ?ASSOCIAZIONE PRO I.C.Y.C.?
La rapida evoluzione quantitativa dell?adozione internazionale in Italia ha determinato un suo sensibile scostamento dai principi e dalle finalità solidaristiche che, da più di trent?anni, disciplinano l?adozione nel nostro Paese.
Come conseguenza, si è registrato un suo preoccupante avvicinamento a forme e modi dell?adozione di tipo privatistico che il nostro legislatore aveva voluto superati fin dal 1967 (con la L.5.6.1967, n.431) e che la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo ha definitivamente bandito dal 1989.
Quel forte incremento numerico non è stato, infatti, accompagnato da un pari sviluppo dei sistemi di preparazione e di aiuto alle coppie adottanti e neppure da un sistema di adeguati controlli sull?attività degli organismi di intermediazione.
E? stato uno sviluppo spontaneo ed incontrollato che, gradualmente, ha posto in ombra gli obiettivi originari della legge 4.5.1983, n.184 e ad essi ha sostituito una visione dell?adozione internazionale incentrata più sui desideri, sui bisogni e sugli interessi dell?adulto che su quelli del minore.
Ma non si tratta di un fenomeno solo italiano, perché tutti i Paesi economicamente avanzati hanno conosciuto questa deriva che, nei casi più gravi, è sconfinata nel mercato dei bambini.
Infatti, nel periodo in cui era consentito il c.d ?fai da te? attraverso intermediari, si sono verificate anche gravi speculazioni sulla pelle dei minori perché è vero che allora esistevano già realtà eticamente e professionalmente preparate come quella di Padre Alceste, ma è anche vero che la legge consentiva a qualsiasi intermediario di operare ed il rischio di speculazioni era reale.
La Convenzione de L?Aja del 29.5.1993 rappresenta lo sforzo comune di Paesi d?origine e di Paesi d?accoglienza affinché questi sfruttamenti non accadano, perché ogni bambino senza famiglia possa trovarne una adatta a lui: prima di tutto nel proprio Paese; se ciò non è possibile, anche altrove(c.d. Principio di Sussidiarietà); ma che mai diventi ?merce di esportazione? da un Paese in difficoltà ad un Paese ricco e alla ricerca di bambini da adottare.
L?adesione dell?Italia alla Convenzione de L?Aja, attuata con legge 31.12.1998 n. 476, comporta l?impegno a ricondurre l?adozione internazionale a questi principi e a questi valori .
Non è certo un obiettivo facile da perseguire: pesano in Italia, sull?adozione internazionale, molti anni di deriva, inerzie e disinteresse di amministrazioni locali, insufficienze e impreparazione dei servizi. Pesano ritardi, lentezze della giustizia e il lassismo di certa giurisprudenza, la troppo lunga assenza di una valida politica estera dell?adozione, il disordinato proliferare di organismi di intermediazione non sempre disinteressati.
Pesa il fortissimo incremento delle adozioni nei Paesi dell?est Europa ed, infine, i rischi di fallimento di adozioni frettolose o, peggio, comprate.
Con l?entrata in vigore della riforma dell?adozione internazionale (L.476/98, che ratifica e rende esecutiva la Convenzione de L?Aja e sostituisce integralmente il Capo I, Titolo III della L.. n.184), con l?istituzione della nuova Commissione per le adozioni internazionali, con la pubblicazione dell?albo dei nuovi enti autorizzati, stiamo assistendo ad una svolta epocale in materia.
Da una parte la ?fame? d?amore, la fisiologica necessità di un bambino ad avere un papà ed una mamma e, nello stesso tempo, una coppia che anela, che attende, che desidera abbracciarlo: chiedono velocità, semplicità delle procedure, più umanità ed elasticità alle istituzioni.
Dall?altra c?è un? istanza altrettanto legittima: la necessità di garanzia, tutela, controllo delle coppie adottive e degli enti intermediari. E ciò richiede calma, lentezza, vaglio critico, indagini, procedure precise e non derogabili.
Come conciliare tutte queste esigenze? Come conciliare la richiesta di ?efficienza? con quella di ?garanzia??
La L.n.476 ha l?intento precipuo di rispondere a questa domanda, facendo propri i principi della Convenzione e obbligando le coppie aspiranti a rivolgersi ad enti autorizzati e controllati dalla Commissione (Autorità Centrale italiana per le adozioni internazionali) per ottenere un procedimento adottivo più garantito in nome del superiore interesse del minore, per evitare che si protragga il mercato di bambini, di adozioni ?fai da te? costosissime, che arricchiscono certi intermediari con non comprovate doti morali, per non dire senza scrupoli, e per evitare il rischio di sfruttamenti e speculazioni.
Inoltre, chi desidera adottare oggi un minore straniero, spesso (per il principio di sussidiarietà sancito dalla Convenzione) si troverà ad accogliere un bambino già cresciuto con alle spalle un suo vissuto.
? I genitori adottivi devono quindi essere più consapevoli, preparati e selezionati con cura per riuscire laddove altri genitori non sono riusciti? .
La Commissione dovrebbe esprimere la linea politica che è sempre mancata nel nostro Paese, attraverso la realizzazione di un ?progetto ideale?, attraverso il lavoro di una grande equipe che interagisce: l?Autorità Centrale deve essere punto di riferimento responsabile con funzioni di controllo sull?operato degli enti e di collaborazione con le Autorità Centrali degli altri Paesi ( quella cilena è il S.E.N.A.M.E: Servizio Nazionale Minori).
I servizi territoriali devono valutare capacità e limiti degli aspiranti all?adozione e sostenerli durante tutta la loro maturazione nel percorso adozionale, affinché diventino una vera risorsa per minori in difficoltà.
Il Tribunale per i minorenni deve emettere l?idoneità e successivamente il decreto di affidamento o di adozione; l?ente autorizzato deve collaborare con i servizi territoriali nell?informare, preparare, valutare, sostenere gli aspiranti genitori e deve fare incontrare le loro disponibilità con i bisogni del bambino, radicandosi anche all?estero dove promuoverà progetti di cooperazione allo sviluppo.
L?obiettivo della L.n.476 è quello, quindi, di realizzare adozioni a favore di coppie effettivamente preparate, per minori in reale stato di solitudine e che, nonostante i progetti di cooperazione internazionale, non abbiano trovato una famiglia nel loro Paese.
E? quello di realizzare una procedura controllata, capace di eliminare inutili ritardi e capace, al tempo stesso, di tutelare il minore da abusi. Tutto questo richiede un generale cambiamento culturale perché, finalmente, un atto di amore disinteressato, come dovrebbe essere sempre l?adozione, non diventi mai un gesto di egoismo.
L?adozione internazionale è una scelta definitiva ma, perché sia tale, va pensata, voluta, organizzata e gestita nell?interesse superiore del minore. Tale interesse si persegue veramente solo se si rispetta il principio di sussidiarietà, essendo consapevoli che l?adozione internazionale, pur essendo l?ultima ratio, in molti casi si rivela come l?unica strada percorribile per soddisfare la fisiologica necessità di un bambino ad una famiglia. In questi casi, tutti sono obbligati, non solo giuridicamente ma anche moralmente, ad impegnarsi per rendere la procedura certamente garantita ma, anche, il più fluida e breve possibile.
Le adozioni che avvengono tramite Padre Alceste sono pienamente rispettose di tutti questi principi, infatti egli è referente della ?Fondazione Nidoli? che è uno degli enti autorizzati, ad operare in questo ambito, dalla Commissione italiana. In futuro Padre Alceste potrebbe diventare referente anche di altri enti previsti dall?apposito albo, visto che sono in corso degli accordi con ulteriori associazioni. Inoltre Padre Alceste è accreditato in Cile dal S.E.N.A.M.E. (Servizio Nazionale Minori) e quindi è uno dei suoi più autorevoli ?bracci operativi? , tanto è vero che gli abbinamenti tra coppia e minore da lui proposti sulla base di entrambi i fascicoli e di una conoscenza profonda degli individui coinvolti, non vengono quasi mai contestati dal S.E.N.A.M.E. i cui assidui controlli confermano sempre la serietà e la legalità dell?operato di Padre Pier e della sua grande equipe.
La famiglia aspirante che inizia la procedura per adottare un bambino dell?Istituto di Quinta, inoltre, può essere aiutata dal fondamentale sostegno di un numeroso gruppo di famiglie adottive sparse in tutta Italia che si sono costituite in associazione detta appunto ? Associazione famiglie adottive pro-I.C.Y.C?.
Tale gruppo di persone interamente volontario è ispirato da principi aderenti alla legge:
- Il bambino, soggetto attivo e centrale nell?adozione: l?interesse del minore è superiore ad ogni altro interesse.
- Diritto alla famiglia: il minore ha il diritto sacrosanto di vivere in quell?ambiente armonioso che solo una famiglia attenta può garantire.
- Rispetto del principio di sussidiarietà: ogni risorsa va diretta al sostegno dei progetti di prevenzione e tutela proposti da Padre Alceste diretti allo sviluppo del Cile o autonomamente creati.
- Preparazione delle coppie all?accoglienza: il gruppo associativo è quasi interamente formato da famiglie ricche di esperienza in questo campo che possono preparare, consigliare, sostenere le nuove coppie che vivono la procedura adottiva.
- Promozione dei diritti del minore: organizzazione di convegni e dibattiti diretti al coinvolgimento dell?opinione pubblica sulla situazione di minori in difficoltà. Pubblicazione periodica del ?giornalino? che informa gli associati sulle novità, sugli incontri dell?associazione, sugli eventi in Istituto, sull?operato di Padre Alceste, sulla situazione di minori in difficoltà.
- Importanza del convegno annuale: incontro di bambini e ragazzi provenienti dallo stesso Istituto; confronto tra coppie adottive; valorizzazione e conoscenza del Cile (con il coinvolgimento del consolato cileno); valorizzazione delle radici dei minori adottati perché certi legami con una terra, con una cultura, con delle tradizione ecc..non vengano recisi; sottolineatura dell?importanza dell?adozione di ragazzi già grandi; spiegazione della procedura adottiva e del sistema di preparazione della coppia aspirante e del bambino.
- Impegno nell?abbassamento dei costi dell?adozione: gli associati operano a scopo volontario e solidaristico perché credono fermamente nel principio per cui non deve esistere nessun tipo di speculazione a danno del minore in difficoltà e dei genitori adottivi. Per questo la preparazione e il sostegno delle nuove coppie è gratuita con lo scopo di abbassare il più possibile il costo della procedura adottiva.
- Incontri periodici delle famiglie e momenti di svago in comune: per confrontarsi e risolvere insieme i problemi che il rapporto genitore-figlio sempre comporta ma, che a volte, non sono gli stessi che presenta un rapporto non adottivo. E? fondamentale confrontarsi con chi ha vissuto una medesima esperienza, uno stesso percorso perché certe problematiche non possono essere capite da famiglie non adottive.
- Viaggio annuale di Padre Alceste in Italia: l?associazione si preoccupa di ospitarlo presso famiglie adottive o coppie in attesa; di organizzare incontri diretti alla conoscenza di coppie aspiranti all?adozione; di promuovere e pubblicizzare l?opera di Padre Alceste in Cile; di promuovere i suoi progetti diretti alla cooperazione internazionale.
- Verifica costante del benessere del minore: i bambini adottati vengono aiutati a rimanere in contatto con Padre Alceste che li consiglia e li aiuta nella crescita e nella ricerca di una personale serenità.
L?associazione è tutto questo e molto di più?perché crede fermamente che l?adozione internazionale sia un?esperienza molto delicata, che richiede una crescita costante, una capacità di sapersi mettere in discussione, un evoluzione alla coppia adottante; ma crede anche che, se viene vissuta con il sostegno di persone motivate, sensibili e preparate, possa rivelarsi profondamente costruttiva.
Pichidangui, gennaio 2002
INTERVISTA A PADRE PIER
Spesso in ognuno di noi c?è il rimpianto o il timore di non aver detto o di non avere il tempo per dire qualcosa di importante alle persone che abbiamo a cuore.
Credo che per Padre Pier, questa, sia stata l?occasione per aprire completamente il suo cuore.
Chissà perché mi ha chiesto di scrivere questo libro?!
Chissà perché ha accettato di rispondere alle mie domande?!
Il motivo più profondo solo lui lo sa?forse, in fondo in fondo, sa di non essere più tanto giovane e nella vita di un uomo, prima o poi, arriva il momento in cui si sente l?esigenza di guardarsi indietro, fermarsi a pensare?e forse, chissà, pensando al futuro c?è il forte desiderio che quello che si è iniziato non finisca mai, che quell? ?isola felice? rimanga sempre tale.
Per la prima volta Padre Alceste parla esplicitamente a tutti (cosa rara, visto che lui è uomo di fatti e azioni e non di monologhi);
per la prima volta un uomo che ha sempre trascurato, dimenticato se stesso per gli altri?ora finalmente ci parla di sé.
1) Molti psicologi sostengono che una delle esperienze più difficili per un uomo concreto come lei, per un uomo dei fatti, del lavoro, dell?impegno, sia quello di parlare di se stesso.
Che sia difficile guardarsi nell?intimo, allo specchio e chiedersi: da dove vengo? Dove sto andando?
Chiedersi il perché di ciò che si è.
Lei crede di conoscersi? Se si dovesse descrivere, con che aggettivi lo farebbe? Suoi pregi e suoi difetti.
La domanda è un po? complicata, però vediamo se riesco a spiegarmi.
Chi sono io?
Un uomo, che ha avuto una missione.
L?ho cercata io?
Direi no, non l?ho cercata!
Forse, come dicono alcuni, ho colto l?attimo, ho colto l?occasione e sono andato avanti. Su questo non c?è dubbio. Voglio dire che, davanti a delle sfide, non mi sono mai tirato indietro. Questo è vero. Però, del resto, credo di essere un uomo qualunque e nient?altro, con le sue paure, con le sue insicurezze, con i suoi pregi e con i suoi difetti.
Come sono arrivato a fare quello che ho fatto? Non lo so; credo, grazie in parte, ad un pizzico d?incoscienza, in parte ad una seria e determinante consapevolezza.
Quando ho cominciato, in gioventù, ero veramente incosciente e ignoravo tante cose di questo mondo! Nello stesso tempo, però, ero consapevole delle responsabilità che andavo assumendo e sapevo di stare intraprendendo una strada difficile, impegnativa, che avrebbe condizionato tutta la mia esistenza.
I miei pregi?
La qualità che forse più mi contraddistingue, credo sia la tenacia, la perseveranza. La rabbia che posso provare nel constatare certe ingiustizie, nel guardare negli occhi la sofferenza, si trasforma in determinazione, in una carica interiore che mi spinge a far di tutto affinché le cose cambino. Perché, vedete, le cose possono cambiare! Il mondo può essere migliore! Ma chiaramente bisogna volerlo. Volerlo ad ogni costo.
Io sono sempre stato così, fin da bambino. Credo che sia qualcosa di naturale per me, di innato.
Ero molto piccolo eppure, già da allora, mia madre, scherzando, mi diceva che ero più testardo, più duro di un tedesco.
In effetti, quando mi prefiggo una meta da raggiungere, io la inseguo con accanimento, con tutte le risorse e l?energia che possiedo. Anche a costo di ?spezzarmi la schiena? , fino a quando quella meta non l?ho raggiunta, io non mi do pace, non mi rassegno, non mi arrendo. Credo, quindi, in questo senso, di essere perseverante.
Anche la notte più scura e tempestosa non può impedire al sole di sorgere di nuovo. Anche il buio più profondo, prima o poi, dovrà lasciare il posto all?alba di un nuovo giorno. Io confido in questo, in un po? di pazienza e in un serio lavoro?e, presto o tardi, tutto si può risolvere, tutto si può ottenere. Basta avere fiducia?e un po? di fede.
Altri pregi?
Non so se li ho.
Sicuramente posso dire di essere molto lucido nelle mie scelte. Non vado avanti ad occhi chiusi, so quello che voglio, so quello che sto facendo, so che è giusto. Credo che nel mio lavoro questo sia importantissimo, essenziale.
Forse è questo che mi aiuta ad essere determinato ed inarrendevole.
Forse riesco ad ottenere dei risultati proprio perché sono molto motivato, so che il mio impegno condiziona il futuro e la vita di altre persone, so che sto facendo del mio meglio per una causa lecita, giusta, importante.
Quindi, avendo fortemente radicata in me questa convinzione, mi ?butto? con passione, lotto con ardore, vivo con amore.
Io credo in quello che faccio, credo che sia il mio dovere. Questo è il mio posto, il mio ruolo?non posso vigliaccamente sottrarmi, non lo farò mai.
Difetti?
Tanti! Per alcuni anche questa mia testardaggine può risultare pesante da sopportare. Questo mio carattere apparentemente forte può venire interpretato come presunzione?ma chi mi conosce in modo profondo sa che io, in un certo senso, devo essere così, perché non posso permettere che la mia indecisione, le mie perplessità e insicurezze danneggino chi, invece, io devo proteggere e tutelare.
Forse posso sembrare esigente, incontentabile e noioso, ma dovete capire che in questo lavoro non si può essere superficiali, perché ?in gioco? ci sono delle vite umane, dei sentimenti, delle esistenze fragili, che hanno il diritto di essere rispettati, curati, protetti con la massima serietà, impegno e dedizione.
Inoltre, devo essere esigente, perché mi trovo a dirigere un?equìpe composta da numerose persone, una struttura grande ed impegnativa.
Vorrei che questo Centro, questo Istituto funzionasse in modo perfetto. Mi rendo conto che è troppo chiedere la perfezione all?uomo! Ma il mio compito è anche quello di istigare, di incitare, di provocare affinché si migliori sempre di più.
Altri difetti?
Veramente non saprei!
2) Una famosa scrittrice disse: ?L?animo umano è come la terra, una parte illuminata dal sole, limpida, chiara, evidente. L?altra rimane nell?ombra?.
Padre, quali sono le sue ombre? C?è una parte di sé che nessuno conosce? Quale?
Quale potrebbe essere la parte di me che nessuno conosce? Non è facile rispondere. Perbacco, sono tutte domande difficili! Pazienza va!
A me sembra di essere abbastanza solare, quindi è difficile che io abbia delle ombre.
A volte, però, la vita mi costringe a compiere delle scelte difficili, complicate ed in quei momenti sento tutto il peso delle responsabilità che io, da solo, in prima persona, mi devo assumere.
Ci sono momenti in cui non so se andare avanti o tirarmi indietro. Ci sono notti insonni in cui mi ritrovo a pensare e a ripensare. So di poter condizionare dei destini, delle vite intere e come tarli i pensieri annidano la mia mente ed il mio cuore senza sosta, senza tregua.
Ci sono notti in cui mi ritrovo a fotografare la luna o ad ammirare il meraviglioso firmamento del Cile, come se cercassi delle conferme, delle rassicurazioni dall?Immenso.
Ci sono notti in cui l?ululato dell?Oceano Pacifico è assordante e io lo ascolto in rispettoso silenzio come se cercassi dalla natura un segnale di disapprovazione o di conforto. In fondo la natura circostante è come un?opera d?arte, come un dipinto che, sorprendentemente, riesce a rappresentare l?animo umano: a volte pacifico e sereno, a volte malinconico e struggente, a volte selvaggio ed impetuoso nella sua innata dignità.
Forse sono queste le mie uniche ombre: i miei pensieri, le mie preoccupazioni, le mie meditazioni di uomo come tanti, piccola cosa nell?Infinito.
A parte questa parte intima e più recondita di me stesso, non nascondo altro nei meandri della mia anima.
Credo di essere sempre molto chiaro e molto realista, sia con me stesso che con gli altri.
Tanto che, a volte, posso apparire fin troppo bruto e crudo, ma la verità è che io non posso illudere nessuno, non posso e non voglio essere falso, fare promesse che, poi, non potrò mai mantenere.
Nello stesso tempo, però, non posso essere crudele. Le problematiche che io affronto ogni giorno sono delicatissime, devo pesare ogni parola, ogni gesto, per non rischiare di far nascere false speranze, per non rischiare, contemporaneamente, di ferire e di far del male a chi già da troppo tempo sta soffrendo.
Devo trovare un giusto equilibrio tra l?essere sincero, ma delicato, tra l?essere realista, ma fiducioso.
Credetemi, non è affatto facile.
Davanti ad un uomo che piange perché non ha figli, davanti ad una donna che piange perché non ha figli, non si può rimanere insensibili.
Sono comprensivo, rassicurante, protettivo?a mio modo anche affettuoso. Partecipo al loro dolore. Mi freme, mi trema il cuore vedendo la loro disperazione tanto profonda e vera.
E? così strana la vita! Sembra anche un po? crudele!
Io ogni giorno vedo uno stuolo immane di bambini con le mani in alto, con le braccia protese che vorrebbero essere accolti da un caldo abbraccio di un papà e di una mamma.
E vedo tantissime mamme e tantissimi papà che, ansiosamente, vorrebbero accogliere quelle braccia e stringerle forte a sé.
Davanti a tutto questo, come si fa a rimanere insensibili? Io proprio non posso, non ci riesco, non voglio.
Vedete, io non sto ?alla finestra? a guardare! Io sono qui, in mezzo a loro, in mezzo a tutto questo vortice di dolore, di sentimento, di umanità.
Io sto in mezzo a loro e sento le loro grida?che hanno un eco dentro di me, sono impresse in me, come un sigillo indelebile.
Sento bambini che piangono, che implorano, che pregano, che chiedono legittimamente un papà e una mamma.
E sento le voci di tante donne, di tanti uomini che vorrebbero ad ogni costo un figlio da amare.
E? tutto qui il problema.
Se io stessi lontano, se io facessi l?asettico, facessi soltanto il professionista, come dicono alcuni, riuscirei a disinteressarmi, a non farmi coinvolgere più di tanto.
Ma io vivo in mezzo a loro, scherzo, parlo, gioco con loro??piango e soffro insieme a loro. La loro vita è la mia vita.
Come potrei rimanere indifferente? Io assorbo ogni cosa, tutto sento, ?.e tutto provo.
Davanti a queste problematiche, non è facile ?lavarsi le mani?, non si può far finta di non vedere?..ed è normale, quindi, che io a volte abbia delle ?ombre?, dei momenti in cui penso molto, in cui fatichi ad aver sonni tranquilli.
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